Storia della Murrina artistica muranese

Se le origini della murrina artistica vengono oramai ricondotte al 1000 Avanti Cristo, nel nord-ovest dell’Iran (dove un vetraio per la prima volta realizzò un bicchiere con cinque figure umane ed un animale), la tecnica del vetro murrino sarà destinata a scomparire dalle fornaci egiziane, ellenistiche e romane molto presto, soppiantata dai più economici vetri soffiati.

Per ritrovarla, a Murano, bisognerà aspettare la seconda metà del 1400, quando nella fornace di Maria Barovier venne data vita alla perla “rosetta”, utilizzata – inglobandola a caldo – anche a decorazione di piccoli vasi. Poi ancora un lungo silenzio fino al 1830, quando l’artigiano Domenico Bussolin creò e accostò le cannelle “Millefiori” a quelle tradizionali in filigrana.

Ma sarà necessario aspettare ancora un decennio prima che i perlai Giovanni Battista e Giacomo Franchini diano vita ad una serie di realizzazioni e ritratti tali da inaugurare il “filone” della moderna murrina artistica. Utilizzando le tecniche tipiche della loro disciplina, i Franchini lavoravano le canne con l’ausilio della fiamma e di piccoli stampi, e accostando via via canne con disegni sempre più complessi. Le murrine figurate dei due perlai si situano tra il 1843 ed il 1863.

Ma chi riporterà la lavorazione della murrina nel più classico dei luoghi di lavoro muranesi, la fornace, sarà Vincenzo Moretti (1835-1901), che ne tramanderà la tradizione al figlio Luigi (1867-1946) e – attraverso quest’ultimo – al nipote Ulderico (1892-1956), che diverrà padre di Giusy Moretti. Il lavoro dei Moretti – per quanto riguarda le murrine artistiche – E’ databile tra il 1873 ed il 1924.

Tra il 1915 ed il 1924 vanno infine segnalate le murrine di un altro grande maestro, Giuseppe Barovier (1853-1942).

Oggi dunque le murrine artistiche che fanno parte dell’eredità di Giusy Moretti sono autentici pezzi da collezione irriproducibili.

La Murrina artistica:
la tecnica dei Moretti (1873-1924)

Riscopritore ed interprete del vetro murrino (conosciuto a Murano anche come vetro mosaico) fu dunque Vincenzo Moretti, il cui lavoro di recupero delle tecniche romane non iniziò con le murrine artistiche: oggetto dei suoi primi studi furono soprattutto ciotole e vasi, ottenuti disponendo su di una piastra metallica numerose sezioni di canna di vetro in maniera da formare un disegno prestabilito.

L’avvicinamento ai forni della piastra, ed il naturale saldarsi – fondendo – delle diverse sezioni, danno luogo al formarsi di una piastra vitrea riportante il disegno; questa, raccolta per essere ulteriormente lavorata con una canna da soffio, assume grazie all’abilità del maestro la forma che le si vuole conferire.

Simile, ma sostanzialmente differente, la lavorazione che da luogo ai ritratti in murrina: questi vengono ottenuti attraverso l’accostamento di tante sottili canne di vetro di colore diverso, fino ad ottenere un cilindro (detto massello) di 10 centimetri di diametro, lungo 20 centimetri. Il massello riportava dunque il disegno al proprio interno per tutta la lunghezza: sul fronte c’era la composizione realizzata, sul retro il suo opposto speculare, come in una diapositiva.

Il cilindro, ben legato con filo di rame, veniva riscaldato poco a poco sulla bocca del forno, e quando il vetro assumeva la giusta fluidità, tirato fino a diventare una lunga canna. Le diverse sezioni di questa canna, tagliata in piccoli dischi una volta raffreddata, altro non sono se non le murrine artistiche – e quindi i ritratti – così come ci sono stati tramandati fino ad oggi.

Oggi gran parte degli studi storici e sperimentali effettuati da Vincenzo Moretti stanno alla base dell’attuale lavorazione del vetro murrino moderno: la sua “tavolozza” di compatibilità dei vetri e dei colori, tesa ad evitare – con l’accostamento di diverse componenti vetrose – rotture al momento del raffreddamento, E’ ancora uno dei più limpidi esempi dell’impulso dato da lui e dalla sua famiglia alla vetraria muranese odierna.